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Domenico Nebbia: un putignanese a Varsavia. Capitolo II

Riceviamo e pubblichiamo il Capitolo 2 del diario di Domenico Nebbia, giovane universitario putignanese che frequenta un master alla Vistula University di Varsavia.

 

Mi trovo nella mia camera varsaviense, in zona Powiśle, un animato quartiere a ridosso del fiume Vistula. Aprendo la finestra, osservo con piacere un’interessante veduta: gli alti e illuminati palazzoni del Centrum di Varsavia. Tra questi, svetta più alto di tutti, imponente e maestoso, il famoso Pałac Kultury i Nauki, ovvero il Palazzo della Cultura e della Scienza.

Durante uno dei giorni liberi (sono a Varsavia per studio) decido di visitarlo. Con i suoi 231 metri, elevato su ben 42 piani, è l’edificio più alto della Polonia. All’interno, enormi stanze in marmo, oro, argento con effige (poche) e sculture (scarse) di tipico stampo socialista. Infatti, il Palazzo fu costruito in pieno regime sovietico: cominciato nel 1952 e terminato in pochissimo tempo, tre anni. 3500 operai coinvolti (costretti a lavorare giorno e notte), 13 dei quali deceduti durante i lavori. Il tutto per soddisfare un capriccio di Stalin: fare un “regalo” ai cugini polacchi. Che ora, a sessant’anni dalla sua costruzione, quasi sono infastiditi dalla sua ingombrante e antiquata presenza: c’è chi vuole distruggerlo, chi vuole nasconderlo circondandolo da nuovi grattacieli (altri?), c’è chi vuole demolirlo e ricostruirlo fedelmente negli Usa. Fatto sta che lui è ancora lì, e a noi turisti non dà per niente fastidio.

Prendo la metro. Mi siedo in uno degli efficienti e puliti treni della metropolitana di Varsavia, e osservo intorno. La prima cosa che balza all’occhio (anzi, all’orecchio) e il totale silenzio. I polacchi sono silenziosi ed educati. Fin troppo. Vedo un bambino che comincia a piangere alzando di qualche decibel la propria voce: la mamma lo sgrida intimandogli di non disturbare le persone attorno. Anche gruppi di giovani amici non parlano tra loro: sussurrano. Dopodiché, a un certo punto arrivano loro, anzi noi: gli italiani. E fu così che la quiete diventò tempesta, con chiacchiericci a voce alta, telefoni squillanti, brusii fastidiosi. Fastidiosi per i polacchi, beninteso. Noi siamo bravi in molte cose, ma sull’educazione e sul rispetto verso la comunità, bisogna lavorarci su.  Mentre rifletto su ciò, giro lo sguardo a sinistra, poi a destra, quindi di fronte: sì, le polacche sono per lo più bionde, e per lo più belle. E non è una leggenda metropolitana (sebbene lo avessi notato proprio in metropolitana!).

Arrivo a Stare Miasto. Completamente distrutto durante, e interamente ricostruito dopo la Seconda guerra mondiale, Stare Miasto (in italiano: città vecchia) è un quartiere sorprendentemente tranquillo ed elegante. Ci si abbandona facilmente in passeggiate nei suoi stretti vicoli: ogni casa ha un colore diverso, ogni angolo è caratterizzato da ristorantini, caffè, botteghe. Ogni tanto sbuca una chiesa o una basilica, come la Basilica di San Giovanni Battista. I polacchi sono attenti cattolici, forse meno degli italiani (meridionali soprattutto), ma sicuramente più dei vicini tedeschi, cechi, slovacchi etc. Come detto, questo quartiere è stato fedelmente ricostruito dopo la Guerra, utilizzando per quanto possibile gli stessi materiali originali, rifacendosi agli antichi dipinti dell’italiano Bernardo Bellotto, cercando di far rivivere, in maniera anche commovente se vogliamo, la perduta (ora ritrovata) bellezza. Da ciò, e da altre cose, si carpisce nell’animo polacco, un certo attaccamento alla Patria, ai propri costumi, tradizioni, radici, sapori.

A proposito di sapori, veniamo alla parte dolente. Il cibo polacco non mi convince. Ma per questo capitolo, rimandiamo alla prossima puntata di questo diario.