Ultimo capitolo del diario di Domenico Nebbia, master alla Vistula University di Varsavia che ci ha voluto raccontare, le peculiarità della capitale della Polonia con l’intento di risvegliare, tra i giovani, un certo sentimento di scoperta e di avventura per tagliare il cordone ombelicale che ci lega alla terra natia e alla famiglia.
Nell’ultimo capitolo del mio diario varsaviense, ci eravamo lasciati con i miei dubbi sulla cucina polacca (kuchnia polska). Ora, premettendo che, non mangio latte e derivati e mangio pochissima carne, ammetto che i problemi me li creo anche un po’ io. Visto che qui in Polonia tutto ciò che è grasso ha la meglio. Roba da stomaci forti; quindi non il mio. Sto pensando ai pierogi, ai bigos, o ai gołąbki (consultare Wikipedia per il contenuto, o al massimo vedere “La prova del cuoco” polacca!). Certo, poi c’è il capitolo zuppe, che qui sono molto popolari.
In quattro mesi di Polonia, ho visto diversi tipi di zuppe: color fucsia, color blu Puffo, color bianco che più bianco non si può. La mia curiosità verso queste pietanze si fermava allo sguardo; raramente andava oltre, dalle parti del gusto. Poi c’è il capitolo alcol, che scalda il cuore e l’anima di tutti i polacchi. Qui si beve, a ritmo di litri di birra, di cocktail, di cicchetti di vodka. E non solo vodka. Ero a cena con i miei padroni di casa; il proprietario, Mirek, mi incoraggia a bere un bicchiere di una strana bevanda conservata in una bottiglia di plastica. Per gentilezza, bevo il primo bicchiere. Al terzo, già traballante, esclamo: “Mirek, questa vodka è speciale!”, “Non è vodka” risponde “è un liquore artigianale che facciamo di nascosto: è così potente, che è illegale in Polonia”. Annamo bene!
Tornando al cibo, una curiosità. Se in Polonia oggi esistono verdure tipo pomodori, zucchine, o frutta come le ciliegie (tutto cibo chiamato “włoszczyzna”, ovvero le “italianate”), lo si deve proprio a un’italiana: la regina Bona Sforza. E’ per questo che alcuni tra questi cibi hanno un’origine linguistica italiana (e.g: pomidory, rozmaryn). Simpatica la traduzione polacca di “ciliegia”, ovvero “czereśnia”, la cui pronuncia è “cerescnia”: direttamente dal dialetto di Turi!
A proposito di lingua: il polacco è difficilissimo. Ho passato i primi tempi pronunciando frasi fatte come “Nie mówie po polsku” (non parlo polacco) o “Nie rozumiem!” (non capisco!). Da notare che “mi scusi” si dice “przepraszam”. E’ chiaro che all’inizio avevo il terrore di sbattere contro la gente, per evitare di dire “przepraszam”.
Sempre stando attento a non sbattere, mi incammino per le strade di Varsavia. Almeno in quelle principali, si respira un’atmosfera che purtroppo è assente nelle nostre città italiane. Sto parlando di un’atmosfera giovanile, fresca, innovativa. A Varsavia si aggira una specie in via d’estinzione nei nostri paesini colpiti dalla crisi socio-economica: i giovani. Ecco che dal nulla spuntano iniziative, eventi, tutte prodotte/rivolte dai/ai giovani. Varsavia è rinata grazie anche a questo nuovo spirito. Devo ammettere che, anche nella nostra Putignano, recentemente si vive (timidamente e a piccoli passi) un tale risveglio: che sia l’inizio di un lungo percorso. Poi bisogna citare un elemento fondamentale per tale rinascita: i soldi. Ogni 200 metri ci si imbatte in lavori in corso, ristrutturazioni, edificazioni. Varsavia è un cantiere a cielo aperto, e la valanga di fondi europei arrivati (e in arrivo) ha sviluppato la città in maniera repentina. La sensazione, è che pian piano ci si stia appoggiando sugli allori.
E così, senza dilungarmi troppo, termino la mia esperienza polacca. La concludo nel miglior modo possibile: un concerto di Chopin (vero eroe nazionale, insieme a papa Wojtyła) immerso nel più bel parco di Varsavia, il Łazienki Królewskie.
L’intento di queste righe era semplicemente raccontare dal mio punto di vista questa speciale città, capitale di una nazione anch’essa speciale. Chissà, ho invogliato qualcuno a comprare un biglietto e visitare questi luoghi. Ma spero soprattutto (e qui mi rivolgo ai miei coetanei) di risvegliare un certo sentimento di scoperta, di avventura, di “tagliare il cordone ombelicale” che ci lega alla terra natía e alla famiglia. Partire, con un zaino sulle spalle. E poi, un giorno, ritornare.