Riceviamo e pubblichiamo la seconda parte del diario marocchino di Domenico Nebbia, un giovane putignanese di 25 anni che ha vinto uno stage in un progetto di Cooperazione internazionale nel Sud del Marocco.
II PARTE – di Domenico Nebbia
Sono finalmente a Tata, piccola cittadina di poche migliaia di anime, a un centinaio di chilometri dal confine algerino.
È qui che, a marzo 2008, l’ONG palermitana CISS, Cooperazione Internazionale Sud Sud, ha messo in opera il suo progetto di cooperazione allo sviluppo finanziato dall’Unione Europea. Vorrei appunto dedicare questo capitolo del mio diario marocchino alla descrizione di questo stage nel seno di questo progetto. Al di là di ciò, vorrei far emergere le dinamiche che caratterizzano un progetto internazionale del genere.
Dal suo lungo titolo: ‘Rafforzamento delle capacità di intervento delle organizzazioni di base per la preservazione degli ecosistemi delle oasi in Marocco’, si evince che si tratta di un progetto di natura ambientale: la preservazione degli ecosistemi delle oasi, appunto. Il territorio che circonda Tata è tipicamente semidesertico. Il suolo è duro e roccioso, intervallato da qualche tratto sabbioso. Tutto intorno catene montagnose alte e spigolose. Sembrerebbe un posto non particolarmente ospitale dal punto di vista abitativo e agricolo; impossibile piantarci neppure una pianticella.
In realtà, camminando per le strade strette, brulle e poco trafficate della zona, lo sguardo si sofferma su delle oasi. Addentrandovisi, si possono ammirare palme, giardinetti, condotte di acqua e addirittura piccoli laghetti. Ciò che sorprende è il silenzio e la pace che avvolgono questo piccolo paradiso: si ode solo il fruscio dell’acqua che sgorga, e ogni tanto delle voci di bambini che giocano al riparo dal sole o le conversazioni delle donne in transito. Una volta usciti, la visione torna inesorabilmente sul paesaggio monotono del deserto. Ogni tanto si intravede qualche douar (villaggio, nella lingua locale); per il resto, montagne, suolo arido e roccioso, qualche sterpaglia. E un cielo azzurro che fa da sfondo a un sole più che mai vivo e splendente.
In realtà più che parlare di oasi, bisognerebbe parlare di ecosistema di un’oasi, caratterizzato da un insediamento urbano, un palmeto e sistemi di gestione dell’acqua. Non si tratta di un sistema integralmente naturale quindi; la mano dell’uomo deve essere presente e costante al fine di preservarne l’integrità.
Purtroppo, durante gli ultimi tempi nella provincia di Tata questi ecosistemi sono sempre più minacciati: diminuzione progressiva delle risorse idriche a causa dei cambiamenti climatici e del loro sovrasfruttamento. In più si registra sempre più una diminuzione della biodiversità e un peggioramento della fertilità del suolo. Tutto ciò provoca una crisi socioeconomica. Essendoci una diminuzione della produzione agricola, la pauperizzazione colpisce gli agricoltori (e le loro famiglie); è così che tendono ad abbandonare questi territori non più utilizzabili ed emigrare verso lidi migliori.
L’intervento del CISS mira dunque proprio a ciò: salvaguardare questo ecosistema fragile. Realizzazione di palizzate per limitare e ritardare l’avanzamento del deserto, messa in opera di sistemi di canalizzazione, costruzione di bacini per la raccolta dell’acqua, piantagione di alberi sono le azioni principali del progetto.
Le oasi scelte per queste belle opere sono tre: quelle di Tagmoute, Tata e Addis-Tigzmirte. Partecipando alle varie attività di questo stage, ho appreso la natura di alcune dinamiche progettuali. Un qualsiasi lettore, infatti, potrebbe intendere questo progetto così: questi bravi operatori del CISS sono andati là in Marocco, hanno fatto tutte queste belle cose, con uno spirito del tipo: “Noi italiani facciamo del bene a voi poveretti’. Nulla di più sbagliato. Fare un progetto di cooperazione (come dice la parola stessa) significa agire in maniera condivisa e partecipata intorno a un’iniziativa. L’implicazione della popolazione locale è fondamentale; con questa, ogni azione deve essere concertata e condivisa. Non siamo noi occidentali che esportiamo il savoir-faire per migliorare una certa situazione. Possiamo solo (come dice il nome del progetto) rafforzare le capacità di intervento delle organizzazioni di base. Noi mettiamo i soldi (o meglio, l’Unione Europea), consultiamo tecnici ed esperti della materia che possano agire concretamente in loco e cerchiamo di sensibilizzare la gente del posto (beneficiaria delle azioni) sulla possibilità di cambiamento. Cambiamento generato su scala molto ridotta: come detto, l’intervento riguarda solo tre oasi. É per questo che bisogna diffondere il più possibile queste buone pratiche anche a livello regionale e nazionale attraverso atelier, giornate di sensibilizzazione e media.
Ho assistito a delle riunioni con le associazioni locali. Nel palmeto di EL Ksabi, a qualche chilometro da Tata, il CISS ha individuato un sito per l’innalzamento di una palizzata costituita da fichi d’india. L’obiettivo è duplice: da un lato limitare la desertificazione, dall’altro, creare un’opportunità per gli agricoltori locali di diversificare la loro produzione, creando quindi delle condizioni economiche durabili. L’associazione locale che rappresenta gli agricoltori è d’accordo con quest’ azione. Resta solo da individuare gli aspetti tecnici dell’opera. Il dibattito tra gli agricoltori, Jamal (l’animatore locale del progetto), e Giovanna (la coordinatrice del progetto) è pacato e tranquillo. Si discute, si propone, si obietta qualche passaggio. Io nel frattempo prendo appunti, e ogni tanto do un’occhiata allo svolgimento della riunione. Vedo i visi un po’ segnati degli agricoltori più anziani nei loro lunghi abiti. Sperano di trovare una soluzione che renda la situazione migliore per tutti e che i loro sforzi siano ripagati.
Ma le azioni di questo importante progetto non si fermano solo a questioni prettamente ambientali. Agadir Ouzrou, a 40 km da Tata, è un piccolo villaggio e antico granaio collettivo ancora fortificato situato su una falesia rocciosa. Là, il CISS ha deciso di dare una seconda chance a questo luogo dal patrimonio storico immenso. L’obiettivo è di valorizzare le potenzialità turistiche della zona attraverso la ristrutturazione di strutture particolarmente importanti dal punto di vista ambientale, storico e culturale. Per far ciò, il CISS ha incaricato l’architetta marocchina Salima Naji, grande esperta del patrimonio storico-architettonico del Marocco e una delle più importanti nel Maghreb. Il metodo di Madame Salima è il seguente: far rivivere una costruzione di valore storico in decadenza attraverso l’utilizzo delle antiche tecniche di costruzione e non utilizzando che materiali e mano d’opera locali. E nel più assoluto rispetto dell’ambiente naturale circostante. Gli operai di Agadir Ouzrou, dunque, sono gli stessi abitanti. Alcuni non sono professionisti del mestiere. Ma tutti sono coinvolti non solo praticamente, ma anche spiritualmente con quest’opera di restauro patrimoniale.
Ho partecipato ad alcuni incontri tra l’architetta e gli operai. All’ombra di un’antica costruzione, mentre dei bambini fanno capolino curiosi, Salima proponeva, e non imponeva, la sua visione delle cose. È molto affabile nei modi, sa come parlare e come porgersi; ci sa fare, ogni suo gesto sembra studiato. Non a caso è anche antropologa. Gli operai discutevano le sue proposte tranquillamente. Se non sono d’accordo con un’idea, questa non si realizza, punto. D’altronde, il luogo gli appartiene : sono loro che danno l’ultimo avviso riguardante il loro habitat. Bisognerebbe insegnare quest’ approccio ai politici che hanno letteralmente imposto la costruzione della TAV in Val di Susa contro il parere nettamente contrario degli abitanti locali.
Queste sono le piccole storie che caratterizzano questo luogo sconosciuto, di questo progetto di cooperazione, di questo mio stage.








