Un alpino putignanese fra i ghiacci dell'Antartide

Il putignanese Vitantonio Coladonato, 46 anni, è Sergente Maggiore Capo effettivo al Reggimento Logistico della Brigata Alpina "Taurinense" e ha maturato un’esperienza decennale nella riparazione dei mezzi dell’Esercito, rivestendo anche il delicato incarico di capo meccanico. Vive a Rivoli con la sua famiglia e nonostante sia lontano dal suo paese natale da 27 anni, il legame con Putignano è ancora forte: come ogni putignanese ha i «coriandoli nel sangue» e torna puntualmente in occasione delle parate dei Giganti di Cartapesta.

Coladonato, inoltre, dal 2015 ha partecipato alla XXXI^ e XXXII^ Campagna Antartica dell’ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia lo sviluppo economico sostenibile) vivendo e lavorando nella regione terrestre circostante al Polo Sud. Al suo ritorno, ci ha raccontato di più di questa incredibile esperienza, che se da un lato lo ha messo alla prova e tenuto lontano dalla famiglia per diverso tempo, dall’altro lo ha temprato tantissimo.

Quando è cominciata l’avventura in Antartide?

Nel giugno 2015, quando ho aderito al progetto che il Ministero della Difesa sta svolgendo dal 2005 con l'ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) e il PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), per la conduzione della base scientifica Concordia, installazione permanente di ricerca franco - italiana situata in Antartide, nel sito denominato “Dome C” ad un'altitudine di 3233 metri sul livello del mare. Finito l'iter addestrativo, il 6 Novembre 2015, dopo numerosi voli di trasferimento, sono atterrato alla Stazione Italiana "Mario Zucchelli" sulla distesa ghiacciata del pack, nella Baia di Terranova. Il giorno seguente, con un altro volo interno di circa 1200 km, sono finalmente giunto alla Stazione Concordia.

Quali sono state le sue attività in Antartide?

Nell’ambito della spedizione ero l'unico meccanico italiano della stazione e mi occupavo della cura e delle riparazioni di tutti i tipi di mezzi presenti sul posto, come motoslitte, gatti delle nevi, sollevatori e gru. Grazie alle mie abilitazioni, ero anche l’unica persona all’interno della base in grado di manovrare le preziosissime gru di grandi capacità.

Con chi ha condiviso questa esperienza?

La base italo-francese ospita una piccola comunità di scienziati, fra cui glaciologi, sismologi, ricercatori di micrometeoriti, metereologi, astronomi, esperti in paleoclima. Durante la spedizione ho conosciuto persone molto preparate a livello tecnico professionale e, nel contempo, caratterizzate da un animo gentile; tenendo conto delle dure condizioni ambientali e del fatto che si viveva a una distanza di oltre 15000 km da casa è stato molto importante avere vicino persone amichevoli.

La sua giornata in Antartide è molto diversa da quella a Torino?

Sì, i ritmi e le opportunità erano sostanzialmente diversi. La giornata tipo iniziava alle 6 del mattino con un po’ di sport nella palestra della base. Dopo la colazione, si proseguiva con le riunioni tecniche e logistiche con il capo spedizione ed il capo tecnico, per decidere le priorità dei lavori e dei programmi di manutenzione.  Soprattutto è diversa perché a Torino avevo lasciato mia moglie Maria, mia figlia Alessia ed il piccolo Nicolò, con i quali ho mantenuto i contatti attraverso le mail e collegamenti video via internet. Anche se la famiglia era abituata alla mia lontananza, questa nuova avventura è stata difficile per tutti.

Quali sono gli ostacoli maggiori da affrontare?

Partendo dall’inizio la stessa selezione è stata dura. Arrivato alla sede dell'ENEA a Casaccia, in provincia di Roma, sono stato sottoposto ad una prima serie di test volti a conoscere il profilo professionale e personale. Poi una commissione composta da membri con alle spalle diverse esperienze in Antartide ha verificato le mie competenze e dopo la selezione psico-attitudinale e le visite mediche presso l'istituto di medicina legale dell'Aereonautica Militare di Milano sono stato finalmente dichiarato idoneo all’impiego in Antartide.

Sono seguite poi due settimane di addestramento sulle procedure da adottare in caso di incidenti e sull’ambientamento ai climi rigidi, durante il quale gli allievi sono stati portati per 5 giorni sulla Punta Helbronner, nel massiccio del Monte Bianco, a quota 3466 metri. La notte dormivamo in tenda per confrontarci ed adattarci ai problemi legati alla ipossia, al mal di testa e all’affanno. In Antartide la temperatura, nel periodo estivo, oscilla dai -24° ai -50°. Nel periodo della mia permanenza il termometro si è fermato a -59.8°. La pressione atmosferica è la stessa che ci sarebbe a 4000 metri di quota. L’ipossia ha fortemente limitato la quotidianità e le operazioni alla base Concordia nei primi giorni della missione. Per le difficoltà respiratorie sono dovuto ricorrere anche a sedute in ospedale per inalare ossigeno e riportare i valori nella norma. Le prime tre settimane ho convissuto con mal di testa fortissimi che nemmeno le aspirine riuscivano a lenire. Gli anni di servizio, però, mi hanno dato la tempra necessaria per superare le difficoltà di ambientamento delle prime settimane.

Cosa ha provato la prima volta che ha messo piede in Antartide?

Mettere piede in Antartide è stato un po’ come scendere per la prima volta sulla Luna.

Qual è la sua personale impressione e valutazione dal punto di vista professionale su questa esperienza?

Per quando riguarda il mio punto di vista tecnico professionale, dopo tanti anni di vita militare, non avrei mai pensato di poter lavorare in un ambiente così ostile ma nello stesso tempo fantastico. Le mie esperienze lavorative, vissute in vari posti del mondo, hanno fatto sì che portassi a termine un compito che non avrei mai pensato di poter assolvere.

C’è qualcosa, invece, che rimpiange o le manca di Putignano? Vorrebbe ritornarci a vivere?

L’unica cosa che rimpiango sono i mie cari e l’aver lasciato tanti ricordi dei miei primi 18 anni di vita in paese. A dire il vero parlavo con mia moglie di poter tornare un giorno a vivere a Putignano, ma i nostri figli sono ancora piccoli e per ora è complicato.

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